Mattia Furlani e Nadia Battocletti sono senza alcun dubbio i personaggi copertina dell’atletica italiana di questo 2025 ormai giunto al tramonto, un anno in cui la crescita del movimento si è consolidata come certificato dal record di medaglie in una manifestazione iridata e dal successo bis in Coppa Europa (tre successi, tredici podi ma a fare la differenza sono stati i piazzamenti decisivi delle seconde linee) avvenuto a fine giugno in quel di Madrid.
Dai mondiali di Tokyo, principale rassegna internazionale in calendario, siamo tornati con sette medaglie come mai era accaduto in precedenza. Del reatino Furlani l’unico oro, il più giovane di sempre a riuscirci nel salto in lungo.
L’allievo di mamma Khaty non aveva fallito nemmeno al coperto, cogliendo l’argento ad Apeldoorn e la vittoria a Nanchino, confermandosi sempre a podio nelle gare che contano da due anni a questa parte nonché capobranco del settore più florido del circus italico, quello dei salti, quasi orfano di un personaggio come Tamberi, “distratto” dalla paternità e dall’obiettivo Los Angeles, ma ricco di ricambi per l’avvenire.

Il Giappone, che ha accolto il numero record di 90 azzurri (forse troppi alla luce della scarsa competitività di diversi ragazzi usciti malamente ai primi turni, ma la politica federale è stata di tipo premiante in sede di convocazione) è stata terra di conquista anche per Straordinadia, assurta ormai a fenomeno nazionale per la sua capacità di contrastare le africane degli altipiani nel mezzofondo.
Nadia deve ancora cedere allo strapotere in pista di Beatrice Chebet ma è splendida argento nei 10.000 e bronzo nei 5000 metri, distanze in cui – così come nei 3000, 5 km e 10 km su strada – ha aggiornato il primato italiano, oltre ad impreziosire l’anno solare con il primo europeo su asfalto a Bruxelles e il titolo bis nell’eurocross di Lagoa.
Onore anche agli altri medagliati di Tokyo: agli argenti di Antonella Palmisano nella marcia (qui un anno di tacco e punta) e di uno straordinario Andrea Dallavalle nel triplo, ai bronzi di Iliass Aouani in Maratona (ci occuperemo a parte del running) e di Leonardo Fabbri, che ha riscattato così la delusione olimpica e le polemiche di marzo, mentre un plauso va fatto agli altri finalisti. Sara Fantini, le 4×400 donne e mista, Federico Riva, i giovani Matteo Sioli (peraltro bronzo agli europei Indoor) ed Erika Saraceni (ne sentiremo parlare) e a un malconcio Andy Diaz, che in stagione ha comunque piazzato zampate di assoluto rilievo con il doppio oro Indoor ad Apeldoorn e Nanchino e il Diamante della Diamond League.

Un po’ lo stesso discorso che va fatto per Larissa Iapichino, clamorosamente esclusa dalla finale mondiale ma sempre al vertice della disciplina con l’oro continentale al coperto, il secondo Diamante in carriera e la prima volta sopra i 7 metri, e per Zaynab Dosso, splendida in primavera in sala (oro ad Apeldoorn, argento a Nanchino), in affanno d’estate così come tutti i colleghi della velocità.
Qui la nota dolente, se proprio non vogliamo indagare sull’irrisolta crisi dei lanci e del mezzofondo prolungato maschile. Le nostre frecce sono rimaste a guardare, falcidiate da infortuni, gestioni discutibili, affaire di spionaggio. Irriconoscibili Jacobs (ne abbiamo parlato qui), Tortu (ci risiamo) e Ali (non pervenuto dal suo trasferimento a Los Angeles), azzoppati Melluzzo e Patta per una 4×100 disarmata e pure squalificata nella batteria dei mondiali.

È andata meglio sul giro di pista, anche se a Tokyo la 4×400 mista avrebbe potuto fare meglio viste le premesse (e il primato italiano stabilito in Coppa Europa) di una stagione che ha visto volare Anna Polinari, Alice Mangione, Virginia Troiani ed Edoardo Scotti, quest’ultimo autore del record italiano (44″45) soffiato a Luca Sito, altro desaparecido del 2025 complice le noie fisiche.
Se la passa decisamente meglio il mezzofondo veloce, che nonostante l’anno difficile di Arese e Tecuceanu, ha incassato la crescita di Eloisa Coiro (quante volte sotto i 2’…) e Francesco Pernici (è lui la nuova minaccia per Fiasconaro), i ritorni eccellenti di Marta Zenoni e Gaia Sabbatini, la solidità di Federico Riva (suo il nuovo record italiano del miglio).
Una menzione d’obbligo per gli ostacoli e per il talento di Giada Carmassi, esempio di continuità e abnegazione capace di stampare il record italiano a 31 anni (12″69 a Stoccolma, poi un 12″60 ventoso a Tokyo) in una disciplina, i 100hs, in cui si è ritrovata anche Elena Carraro.

Stagione poco fruttuosa invece per Lorenzo Simonelli, fuori per tre millesimi dalla finale mondiale e ancora lontano dal 13″05 di Roma, e Alessandro Sibilio, che per dare una sterzata alla discontinuità ha deciso di affidarsi alla mano di Giorgio Frinolli.
Le sue qualità e quelle di tanti altri azzurri non vanno disperse: nel 2026 a Birmingham (edizione senza la concomitanza con i Giochi olimpici) ci arriviamo da Nazione leader e con le 24 medaglie sulle spalle conquistate a Roma. Siamo un treno in corsa, non è questo il momento di fermarsi.

