Sono stati in dubbio fino alla vigilia della partenza per il Giappone, hanno recuperato dai rispettivi infortuni ma non è dato sapersi quale sia la loro reale forma fisica. Il quadro descritto è abbastanza comune in seno alla spedizione azzurra che sgambetta a Tokorozawa e si appresta a disputare i Campionati mondiali di Tokyo.
La lista di atleti che potevano non esserci e che invece attaccheranno il pettorale tra meno di una settimana è lunga, tanto da chiedersi in maniera legittima se abbia senso avere il contingente più numeroso di sempre (novanta atleti) se molti di questi non sono al 100% e quindi non in grado di offrire garanzie sulla competitività in pista, in pedana e su strada.
Da un lato, appare assolutamente apprezzabile premiare i sacrifici di quegli atleti che fino all’ultimo si sono messi in discussione e che a Tokyo ci metteranno la faccia dopo aver recuperare da stop importanti e, in alcuni casi, da interventi chirurgici, sospinti dalla voglia di non buttare nel cestino una stagione e di indossare la maglia della Nazionale.

Dall’altro, ci si chiede se sia giusto, da un punto di vista squisitamente tecnico, portare (con le dovute differenze o eccezioni pensando a risultati potenziali, vedi Tamberi) quegli atleti che quest’anno si sono visti poco o niente e quelli che prima dei mondiali non hanno fatto alcun test per dimostrare, nonostante rientrino nei Target Numbers del ranking, di avere tempi o misure da mondiale adesso, a ridosso dell’evento.
Jacobs, Tamberi e la 4×100
Il destino ha voluto che ad andare in panne in vista dei Campionati mondiali di Tokyo siano stati quasi tutti gli eroi dei Giochi Olimpici 2021, quelli della scintilla per il boom dell’atletica.
Marcell Jacobs, dopo l’infortunio di marzo, ha gareggiato (e male) solo a Turku a metà giugno. Poi non si è più visto. Ha cercato la condizione migliore, ma ha trovato per strada soltanto un’altra piccola lesione muscolare che dovrebbe essere stata superata.
Il bresciano è insieme a Tamberi uno dei più grandi interrogativi di questi mondiali. Gimbo, per rincorrere lo smalto dei giorni migliori, ad agosto ha gareggiato eccome. Ma non è andato oltre i 2,20. Gli ultimissimi test lo hanno convinto a imbarcarsi per Tokyo, ma con quali certezze? Non resta che aggrapparsi al suo essere fenomeno, alle sue capacità (arcinote) fuori dal comune…

Si diceva di Jacobs: la sua presenza a Tokyo, anche se non al 100%, è comunque funzionale a una 4×100 sfortunatissima nel corso di questa stagione, costretta a rinunciare a un Chituru Ali fuori dai giochi fin da subito e poi a incassare gli infortuni a fine giugno di Matteo Melluzzo, operato all’inguine, e di Lorenzo Patta, che si è lesionato il bicipite femorale nei 100 metri degli Europei a squadre di Madrid.
Per i due sprinter meridionali la missione Tokyo sembrava davvero impossibile, soprattutto per il siracusano, che di fatto ha ricominciato a correre a pieno regime solo a Ferragosto. Ma, considerata la mancanza di grandi alternative e lo stato di forma generale dei ragazzi (il solo Desalu in palla) il loro recupero diventa fondamentale per mettere in piedi un quartetto che quanto meno non faccia brutta figura. Ma non aspettiamoci miracoli.
Gli altri azzurri che ce l’hanno fatta
Il gruppo dei novanta si presenta dunque con diverse cicatrici e incognite sulle prestazioni.
E’ il caso di Luca Sito, primatista italiano dei 400 anch’egli operato di ernia inguinale e ancora lontano dai fasti del 2024.

E’ il caso di Dariya Derkach, che in pochi si aspettavano potesse finire nella lista per Tokyo dopo la lesione al tendine di febbraio, i tentativi di rientro in primavera e i successivi due interventi chirurgici, l’ultimo il 28 luglio. Quanto sarà in grado di saltare?
E’ il caso di Roberta Bruni, che alla fine di giugno si è procurata una microfrattura alla vertebra in seguito alla brutta caduta rimediata in Diamond League e che si è miracolosamente ripresentata in pedana a Bruxelles.
Un’altra guerriera è l’eptatleta Sveva Gerevini, operata il 26 marzo per una lesione intratendinea all’Achille destro: sarà presente a Tokyo dopo aver effettuato un test al meeting della Leonessa sugli 800 metri.

Piccoli intoppi muscolari, che non dovrebbero preoccupare più di tanto soprattutto in chiave 4×400, hanno rallentato gli ultimi due mesi di preparazione delle quattrocentiste Alice Mangione, che ha dovuto saltare i Campionati italiani, e Virginia Troiani, che ha dovuto saltare quei meeting di agosto che avrebbero potuto aprirle le porte anche per la gara individuale.
A fare i conti per tutta la stagione outdoor con infortuni, ritardi di condizione e conseguenti apparizioni centellinate anche Andy Diaz, che però ha fugato tutti i dubbi nelle finali di Diamond League, Pietro Arese, alla ricerca disperata del passo del 2024 nei 1500, l’altro triplista Andrea Dallavalle, che dopo il bronzo agli europei indoor non si è più visto in pedana, e Stefano Sottile, condizionato da problemi alla schiena.

Un recupero brillante c’è ed è quello di Gaia Sabbatini. Il suo intervento chirurgico per risolvere il morbo di Haglund risale però all’autunno scorso e dopo una lunga riabilitazione, che vi abbiamo raccontato anche con l’approfondimento legato alle sedute di nuoto, la mezzofondista teramana è tornata un riferimento per i 1500 con il primo sub-4′ della carriera.
I forfait nell’endurance e le star internazionali
A non fare in tempo per i campionati mondiali di Tokyo, invece, tre importanti pedine del settore endurance. La più grave perdita è senza dubbio quella di Massimo Stano (lesione al bicipite femorale emersa ad agosto), uno dei favoriti per la doppia distanza nella marcia. Out anche due maratonete su tre: prima Sara Nestola (edema osseo nella zona della branca pubica) e in extremis la più esperta Giovanna Epis (bicipite femorale della gamba destra k.o.).

A livello internazionale, una delle più grandi defezioni per infortunio ai mondiali di Tokyo, è quella della campionessa olimpica di salto con l’asta, Nina Kennedy. Sono in lista, senza alcuna garanzia, Jakob Ingebrigtsen (lesione al tendine e mai in gara quest’estate) e Yulimar Rojas (operata al tendine d’Achille un anno fa). Al contrario di Keely Hodgkinson, kappaò a febbraio e capace, 374 giorni dopo i Giochi di Parigi, di un sensazionale ritorno a Chorzow (Diamond League) con 1’54″74 negli 800.
foto Grana / Fidal

