La ricerca dei 23 metri, lui che ha fissato il primato italiano a 22,98, e l’assalto ad altre prestigiose medaglie parte per Leo Fabbri dalla consueta cornice sudafricana di Stellenbosch.
Il pesista azzurro, insieme a Zane Weir e al tecnico Paolo Dal Soglio, ha appena cominciato un lungo blocco di lavoro che lo catapulterà direttamente alle indoor che contano. Il rientro in Italia è previsto il 14 febbraio.
“E’ adesso, d’inverno, che costruisci tutta la stagione” fa notare il 28enne di Bagno a Ripoli, reduce da un 2025 iniziato male proprio al coperto, proseguito con misure meno esaltanti rispetto a quelle dell’anno precedente ma concluso con uno splendido bronzo ai Mondiali di Tokyo che lo ha confermato ai vertici della disciplina e mitigato la ferita ancora aperta dei Giochi Olimpici.
Leo, come sta andando?
“Sono già a buon punto, la preparazione sin qui è andata meglio rispetto all’anno scorso, dove non avevo finito al 100% e facevo fatica a lanciare sopra i 20 metri, a differenza delle precedenti due preparazioni in cui lanciavo costantemente sui 22 metri. Venivo dalla delusione di Parigi e facevo i conti col dolore alla mano provocato dalla scivolata sull’ultimo lancio. Lo scorso inverno mi aveva lasciato perciò tanta insicurezza che si è poi palesata nelle gare della prima parte di stagione”.

E adesso?
“Adesso è diverso. Mi sento bene e lancio già lontano. Sono mentalmente carico e fiducioso, fin dal primo allenamento. Per questo dal 2026 mi aspetto davvero tanto”.
Sei già proiettato a Los Angeles 2028 come tanti altri azzurri?
“Io preferisco vivere alla giornata e andare a dormire ogni sera sapendo di aver fatto di tutto per migliorare dell’1% la mia condizione fisica e tecnica. Il pensiero alle prossime Olimpiadi c’è e ci sarà sempre ma non è il momento di focalizzarsi su una gara che di svolgerà tra due anni e mezzo. Mi farebbe venire solo l’ansia”.
Anche perché nel frattempo ti aspettano grandi sfide.
“Voglio godermi tutte le esperienze. Prima dei Giochi, ci saranno i Mondiali indoor, gli Europei di Birmingham e il prossimo anno i Mondiali di Pechino. Tutte gare dove punterò a vincere e a stabilizzarmi sopra i 22 metri e mezzo”.
Quando ti vedremo in pedana?
“L’esordio ufficiale avverrà il 19 febbraio a Lievin. Poi sarò il 22 a Torun (sempre tappa Gold del World Indoor Tour, ndr), il 25 a Nehvidzy, quindi agli Assoluti di Ancona e ai Mondiali in Polonia. Ma è anche vero che da qui alla prima gara manca più di un mese. Per questo stiamo parlando con il responsabile dei campi qui a Stellenbosch per cercare di mettere in piedi almeno due-tre competizioni che consentano a me e a Zane di staccare dalla routine degli allenamenti”. (a tal proposito, notizia ufficiale del 5 febbraio, questi due test sono stati programmati: sabato 7 febbraio la Wpa League di Parow, nei dintorni di Città del Capo, mercoledì 11 il Fast Track a Stellenbosch).

Sei uno che ama andare in pedana.
“Ho sempre sentito il bisogno di gareggiare. Per noi pesisti è fondamentale testare tutti quei movimenti che devono diventare automatizzati. Non dimentichiamo che il nostro gesto dura meno di due secondi, non c’è tempo per pensare. E lo stress è più mentale che fisico”.
L’obiettivo principale dell’inverno sono i Mondiali di Torun: quali saranno i principali avversari?
“Non si sa ancora se ci sarà Crouser, mentre dovrebbe esserci Kovacs. Bisognerà poi fare attenzione al neozelandese Walsh, uno che con la sala va a nozze”.
Quali sono invece i nuovi talenti da seguire per la specialità?
“Di giovanissimi in grado di fare le misure dei migliori non se ne vedono. Per lanciare lontano nel peso ci vuole tempo, fino a 20 anni si usa l’attrezzo da 6 kg e passare con quello da 7,2 non è una passeggiata. Vedo bene gli statunitensi, che hanno competizione interna e mirano alle Olimpiadi di casa. Piperi e Otterdahl su tutti. Quest’ultimo potrebbe presto avere le carte per avvicinarsi ai 23 metri”.
L’anno scorso marzo fu un mese da incubo tra Europei e Mondiali indoor, con l’annessa polemica legata alle storie tese tra Dal Soglio e federazione.
“La situazione in realtà non è mai stata così critica com’è stata raccontata e per quanto mi riguarda, ad Apeldoorn, c’è stato un singolo episodio che è finito in una notte. In ogni caso è stato tutto risolto. Guardiamo avanti e ai grandi obiettivi che ci aspettano. Nel nostro team c’è un bel clima. Si rema tutti dalla stessa parte. Veniamo da un 2025 complicato e che ci ha insegnato tanto. Ma le chiacchiere devono rimanere tali e d’ora in avanti tocca a noi lanciare lontano”.

La tua risposta sul campo è arrivata già con il bronzo iridato.
“E’ stata una gara molto particolare e sono contento per come l’ho gestita, dimostrando a me stesso di essere cresciuto sotto il profilo della gestione della pressione. Al mattino stavo benissimo, tanto che colpivo ripetutamente la gabbia dei martellisti dove abbiamo fatto l’ultimo allenamento e fissata a una distanza di 21 metri. In qualifica ho avuto i soliti problemi, ma l’organizzazione di quella giornata è stata pessima perché in pratica non ci siamo mai scaldati a dovere. Dopo un transfer di 90 minuti, siamo stati catapultati in una call room e siamo andati in pedana freddi, io ero tra i primi a lanciare”.
Avresti mai pensato che sarebbero bastato 21,95 metri per salire sul podio e 22,34 per l’oro?
“Eravamo usciti alle 6 dall’hotel, siamo rientrati alle 14 e ripartiti per lo stadio alle 18. Nessuno di noi ha fatto in tempo a recuperare le energie nervose ed è per questo che è venuta fuori una finale con misure abbastanza normali. C’è anche un video su YouTube dove si vede il mio ultimo lancio del riscaldamento prima della finale dove arrivo a 19 metri, due fuori settore. Paolo era disperato, per fortuna che poi mi sono ripreso. Avevo troppa voglia di vincere una medaglia, anche se il peso in pedana pesava tanto”.
Anche agli Europei di Birmingham qualificazioni e finali saranno condensati in una sola giornata.
Dispiace che sarà così anche agli Europei. C’è poca comprensione per la nostra disciplina. Non è giusto fare due gare in un giorno, si accumula troppa stanchezza mentale”.
Parlando di tecnica, a che punto è il lavoro sulle gambe che a settembre dicesti di dover portare avanti?
“I progressi ci sono, con Paolo abbiamo fatto un mese lanciando senza forzare con le braccia e senza il salto sul fermapiede proprio per sentire la spinta della zona inferiore. Credo che siamo a buon punto”.

Qual è la giornata tipo di Leo Fabbri a Stellenbosch?
“Sveglia alle sei, mi piace fare le cose con calma e avere un paio d’ore a disposizione prima di iniziare gli allenamenti. Lanciamo alle 9, perché poi arriva il gran caldo. A mezzogiorno rientriamo per il pranzo, poi torniamo in pedana alle 17 per il secondo allenamento. Martedì, giovedì e sabato facciamo solo un allenamento, al pomeriggio ci aspetta il fisioterapista. La domenica è di riposo. Dopo sei ore di allenamento al giorno non hai molta voglia di fare chissà che. Di solito giretto al centro commerciale e ci sediamo a prendere un caffè”.
Oltre alla meditazione zen c’è ancora spazio per lo yoga?
“Mi aiuta molto anche se faticoso, respiro meglio, mi sento più elastico. Soprattutto a livello di adduttori, zona in cui ho sempre sofferto in carriera”.
Riuscirai a seguire le Olimpiadi di Milano-Cortina?
“Rientro in Italia per l’ultima settimana, mi piacerebbe andare a vedere dal vivo gli eventi ma la priorità saranno le mie gare. Seguirò un po’ tutto in tv, con un occhio di riguardo per lo sci alpino e per il curling dato che conosco Amos Mosaner”.
La Fiorentina finora ha dato grandi preoccupazioni?
“Con Pioli ci sono stati grandi problemi. Adesso sembra che pian piano la situazione stia migliorando. In base alle ultime partite, non credo che sarà così difficile salvarsi”.
foto Grana / Fidal

