Francesco Panetta: Crippa, l’ingorgo di Parigi e la crisi del mezzofondo prolungato

La maratona di Siviglia dello scorso mese di febbraio ha dato una bella scossa ai 42,195 km versione italiana, creando un ingorgo non semplice da liberare sulla strada che porta ai Giochi di Parigi.

Yeman Crippa, con il nuovo record italiano fissato a 2h06’06”, ma anche Eyob Faniel (2h07’07“, sotto il primato nazionale precedente) e Daniele Meucci (2h07″49), con le loro superbe prestazioni, hanno compiuto uno scatto decisivo verso uno dei tre posti per la maratona olimpica.

Alle loro spalle, sperano nel semaforo verde del dt La Torre almeno altri tre azzurri: Neka Crippa, che a Valencia aveva corso in 2h07’35”, Yohanes Chiappinelli (pronto a fare un ultimo squillo in questa primavera?) e Iliass Aouani (ormai ex primatista con 2h07’16”).

Dei progressi cronometrici della maratona azzurra al maschile, sconfinando poi in una riflessione sul mezzofondo prolungato e le ultime idee di World Athletics, abbiamo parlato con Francesco Panetta, iridato dei 3.000 siepi a Roma 1987 che non ha bisogno di presentazioni quanto a conoscenza della materia.


Francesco, iniziamo da Crippa: a Siviglia ha definitivamente convinto gli scettici sul suo passaggio alla maratona.
“Ma Yeman aveva ragione anche un anno fa, quando ha esordito alla Maratona di Milano correndo sotto le 2 ore e 9 minuti. Semmai il suo errore strategico è stato quello di ributtarsi subito in pista. Una volta scelta la maratona, lui non deve più tornare indietro”.

A questo punto abbiamo ragione di credere che le 2h06’ siano ulteriormente migliorabili.
“Dopo Siviglia è entrato in una nuova dimensione. Adesso deve puntare a limare ancora, non so però in che termini. Se però pensiamo alle 2h02’ o 2h03’, credo che in questo momento siamo lontani. Spero ovviamente che mi smentisca”.

Perché parli di errore strategico?
“Perché la maratona è una disciplina, le distanze in pista sono un’altra disciplina. La gamba e gli allenamenti per la maratona ti portano in un’altra direzione e ti assorbono tutte le energie. Yeman ha avuto una bella carriera in pista, culminata con l’oro europeo nei 10.000 metri. Adesso deve metterla da parte e concentrarsi al 100% in questo nuovo capitolo della carriera”.

Anche gli altri italiani intanto non stanno rimanendo a guardare.
“Chi mi ha sorpreso è Meucci. Il suo risultato, da quasi quarantenne, salta inevitabilmente all’occhio. Va però precisata una cosa: i nostri migliorano, ma anche gli altri fanno progressi. E in modo pesante. La bilancia ormai si è spostata per decine di atleti sulle 2h02’ o 2h03’. Significa che noi siamo, in media, quattro-cinque minuti indietro. Che equivalgono a quasi 2 chilometri. Non è poco. Si lotta con il mondo e bisogna tirar giù i limiti cronometrici. Poi magari ai Campionati o alle Olimpiadi viene fuori qualcosa di diverso, perché sono gare dalle mille implicazioni e con risvolti tattici diversi”.

Daniele Meucci a Budapest. Foto Grana / Fidal.


A tal proposito, il percorso della maratona olimpica sembra piuttosto duro, con un tratto ripido di salita. Pensi si possa inventare qualcosa o la maratona, non essendo il ciclismo, non si presta ai colpi di mano?
“Una fuga che ti rovina i piani può sempre accadere. Ma i migliori arriveranno preparati anche per affrontare le insidie del percorso. La salita potrà fare selezione e prestarsi ai tentativi di chi avrà gambe fresche. Nella maratona olimpica si gioca a un banco dove non conosci le carte. E anche la fatica va gestita in modo differente, perché il ritmo non sarà preimpostato dai pacemakers come avviene tutto l’anno nelle maratone di tutto il mondo”.

Pensi che i tre di Siviglia abbiano già il posto per Parigi?
“I loro tempi sono importanti ma credo che i tecnici che sceglieranno la formazione da schierare si baseranno su dati reali che non per forza terranno in considerazione i primati registrati quest’anno. Da qui ad agosto ci sono cinque mesi e andranno fatte anche valutazioni sulle condizioni fisiche dei ragazzi. C’è chi dovrà ritrovare un secondo picco e chi, se raggiunto, non dovrà perderlo”.

Alcuni di loro, come Crippa, dovrebbero anche disputare la mezza maratona agli Europei.
“La mezza di Roma non comprometterà il cammino verso le Olimpiadi perché tra i due eventi ci sono quasi cinquanta giorni. Anzi, è propedeutica nell’avvicinamento alla gara a cinque cerchi”.


Il passaggio dei nostri migliori interpreti delle distanze alla maratona va di pari passo alla penuria di atleti in grado di brillare nel mezzofondo prolungato.
“La maratona offre innanzitutto prestigio e ingaggi più alti. Quanto al netto calo di azzurri in grado di andar forte sui 5.000 e 10.000 in pista non conosco la ricetta giusta per risollevare le loro prestazioni. Ma allo stesso tempo non so quanti si allenano come ci allenavamo noi negli anni Ottanta. Io, Mei e gli altri riuscivamo ad essere competitivi dai 1500 ai 10.000, comprese le siepi. Il mezzofondo richiede sacrifici e i ragazzi vanno abituati in tal senso. Quando vedo alcuni di loro cimentarsi nel cross corto mi girano le scatole. Ai miei tempi le campestri si correvano sui 12 km, troppi concetti oggi sono stravolti. World Athletics poi ne sta combinando di tutti i colori. Il mezzofondo in pista è una delle discipline più penalizzate. Ci sono decine di meeting con i 1500 e pochissimi che hanno in programma 5.000 e 10.000. E’ normale che un atleta, per gareggiare, si concentri di più sui 1500”.

Si è ormai fatta largo l’idea, nelle stanze dei bottoni, che alcune gare, come il mezzofondo in pista o la marcia, siano troppo lunghe e annoino i telespettatori.
“Sono sciocchezze. Non è vero che una gara sportiva, più lunga è e più è noiosa. Altrimenti cancelliamo la Milano-Sanremo. Ciascun spettatore può scegliere anche di distrarsi in alcune fasi ma non è cancellando le distanze storiche che si risolve il problema. E aggiungo un’altra cosa…”.



Prego.
“Trovo avvilente la ricerca spasmodica del record del mondo. Sono proprio le gare in cui viene programmato a tavolino un primato a risultare poco spettacolari. Perché hanno tutte lo stesso copione: le lepri dettano il ritmo, un filone di gente dietro senza azzardare una mossa, le wavelights ecc. E alla fine si parla solo dell’obiettivo cronometrico più o meno andato a buon fine”.

Così facendo si perde anche il gusto della competizione.
“Puoi organizzare il record del mondo, ma mi sembra che nel mezzofondo stia diventando la regola. La gente vuole vedere i corridori che se le danno di santa ragione, con le loro tattiche e i loro attacchi finali. Ma vi ricordate il duello Tergat-Gebreselassie a Sydney 2000? Ecco vorrei che lo riguardasse anche Coe, proprio lui che dovrebbe sapere qualcosa di mezzofondo. A chi importa se un 10.000 finisce dopo 25 o 26 minuti? L’entusiasmo è negli atleti che combattono per la vittoria”.

Intanto continuiamo ad assistere a riforme dei format quanto meno discutibili.
“La staffetta di marcia, i tre salti o lanci finali nelle tappe di Diamond League, ora arriverà pure l’eliminazione dell’asse di battuta di salto lungo e triplo. A proposito: il bello dei salti in estensione è proprio quello, ovvero la capacità che ogni atleta ha di calcolare con precisione lo stacco nel momento di massima velocità. Il motivo di cambiare mi sfugge. Anche perché non credo che la modifica del regolamento andrà a stravolgere le misure”.

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