Smettere o non smettere? Questo è il problema. Nelle ultime ore hanno fatto discutere le dichiarazioni rese a La Stampa da Marcell Jacobs, cui ha fatto seguito la reazione stizzita del presidente federale Stefano Mei.
Gli appassionati si chiedono se sia ormai giunta al capolinea la parabola agonistica del campione olimpico di Tokyo, reduce da un paio di stagioni tribolate ma non proprio da buttare come spesso si vuole far credere, culminate però con la deficitaria apparizione ai mondiali di Tokyo.
Le (tante) ragioni del disagio
Proprio in Giappone, a caldo, dopo quell’irriconoscibile 10″16, Jacobs si era presentato ai microfoni stanco e deluso, mettendo in discussione il proprio futuro. Rispetto a tre mesi fa, in realtà, non c’è niente di nuovo. Il disagio del ragazzo è rimasto tale e quale. Gli elementi a determinarlo ben noti da tempo: la vicenda di spionaggio nei suoi confronti orchestrata dal fratello di Filippo Tortu, il rapporto pessimo con la Fidal, i ripetuti guai muscolari, le critiche del web e le insinuazioni sul doping, la distanza forzata da Rana Reider, il chiacchierato tecnico Usa che dal mese di maggio è rimasto in Cina, secondo quanto risulta, per seri problemi di salute.

Troppe complicanze, troppi intoppi che hanno reso inutile il rifugiarsi nella sua Desenzano con accanto gli affetti e il mini staff personale. Una mano, dice il presidente Mei, è stata tesa più volte dalla federazione, soprattutto sulla questione tecnica: come non ricordare le invettive a mezzo Rai di Stefano Tilli (altro uomo Fidal) sulla necessità di un suo ritorno in Italia, ipotesi a quanto pare sempre rifiutata dal ragazzo.
Che ora sottolinea con amarezza il suo declassamento a livello Standard nell’Atletica Elite Club (il programma che sostiene gli azzurri top della Nazionale), “trattamento” non riservato ad altri azzurri in panne durante il 2025, come ad esempio lo stesso Gimbo Tamberi, il quale ha passato tutto l’anno a mettere in dubbio la sua partecipazione ai mondiali e a ribadire il suo lavoro in funzione esclusiva di Los Angeles 2028.
Jacobs e la Fidal ai ferri corti da troppo tempo
La realtà è che le due componenti siano ormai da tempo ai ferri corti. La scorsa estate, quando Marcell rinunciò a un paio di Diamond League a ridosso del mondiale, uscì un comunicato in cui la federazione affermava di dover valutare presso le strutture del Coni il fastidio muscolare del poliziotto bresciano. Marcell non è mai andato a Roma e secondo quanto risulta non c’era mai stato un vero contatto tra le parti.

Dove sia la verità lo sanno solo i protagonisti ma questo è solo una delle ultime frizioni di un dialogo che non esiste più da tempo e che nasce probabilmente dal fatto che Jacobs, campione olimpico dei 100 metri, titolo unico e forse irripetibile per lo sport italiano nella gara regina dei Giochi, si aspettasse negli anni un trattamento di riguardo. È vero, le regole devono essere uguali per tutti ma chissà se si poteva fare qualcosa di più per uno che al di là di tutto non si è mai tirato indietro nei grandi eventi internazionali, prendendosi gioie e dolori mettendoci la faccia e dando sempre disponibilità per la staffetta azzurra.
Anni difficili ma non senza titoli
Corsi e ricorsi storici, quando c’è di mezzo il fuoriclasse. È successo e succederà sempre negli sport individuali che il campione e la federazione non riescano a trovare un’intesa per andare avanti di comune accordo. L’impressione dall’esterno è che i rapporti non siano stati gestiti bene soprattutto dopo la separazione di Jacobs da Paolo Camossi, uno vicino ai quadri federali tanto da rientrare l’anno scorso in qualità di responsabile dei salti.
Nel frattempo, e qui veniamo all’elemento non secondario del chiacchiericcio social e della critica distruttiva, Jacobs non è che si sia girato i pollici. Tra un tentativo e l’altro di domare un fisico delicatissimo, ha conquistato tre ori europei di cui due individuali, un oro mondiale indoor e un argento iridato con la staffetta oltre a una dignitosissima finale da 9″85 ai Giochi di Parigi.

Allori passati quasi inosservati, ritenuti in modo sbagliato dall’incompetente popolo secondari dopo l’impresa di Tokyo. La sorte, inutile negarlo, non ha riservato a Jacobs la stessa sorte di altri campioni italici. Jacobs fa atletica e non sarà mai come Sinner.
Semplicemente perché uno come lui può correre se va bene solo un paio di meeting all’anno e a prescindere dal fisico, l’atletica è uno sport diverso dal tennis. Non soddisfacendo la richiesta della platea, Jacobs ha goduto di minor esposizione mediatica a confronto del rosso della Val Pusteria circondato da sponsor e circuiti milionari e in campo praticamente tutti i giorni.
Ritiro imminente?
Esaurite le considerazioni a margine, quali potranno essere gli scenari futuri?
Riuscirà il nostro eroe a ritrovare la scintilla smarrita?
Difficile dirlo. Anche se ad oggi, sviscerati sul tavolo tutti gli argomenti che hanno spento il fuoco di Jacobs, ci sentiamo di ipotizzare a sensazione – sperando fortemente di esser smentiti – che non sarà facile rivederlo ancora in pista.
Marcell al momento non sta svolgendo una vera e propria preparazione. Sembra sempre più preso dalla sua Academy e sempre più isolato. Il suo allenatore è dall’altra parte del mondo. Le energie mentali sono minori di quelle di un fisico logorato e che va per i 32 anni. Il 2025 ha lasciato il segno, su di lui hanno pesato non poche pressioni. E non è Tamberi. È più introverso, più riflessivo, somatizza di più quello che gli sta intorno. Non è uno show man, rifugge dai riflettori, non ha (non vuole?) gli agganci con i piani alti. Un uomo solo, ora più distante dall’atletica ma che, non va dimenticato, all’atletica ha dato tanto. Anzi, tantissimo.
foto Grana / Fidal

