Sebastiano Parolini, il medico giramondo che ha trascinato la staffetta del cross al titolo europeo

Specialista delle campestri e medico al terzo anno di Specializzazione in Medicina dello Sport tanto da esercitare in giro con la Federazione Italiana Sport Invernali e con le giovanili dell’Atalanta. Sebastiano Parolini, 27 anni, tesserato per il Gruppo Alpinistico Vertovese, non sta fermo un secondo ed è uno di quegli atleti che sa quello che vuole. Uno straordinario esempio di dual career e di giovane che si dà da fare, uno che senza essere professionista e senza ricevere supporto dai gruppi militari, tra un turno e l’altro in corsia, ha trovato il modo per trascinare la staffetta mista al secondo titolo europeo consecutivo, conquistato insieme a Pietro Arese, Marta Zenoni e Gaia Sabbatini in quel di Lagoa una settimana fa.

Sebastiano, raccontiamo cosa significa riprendersi la medaglia d’oro a un anno di distanza.
“Sono state emozioni completamente diverse. Nel 2024 ero alla prima esperienza, non avevo mai vinto a livello internazionale e salire sul tetto d’Europa è stato qualcosa di unico. Stavolta facevo parte di una squadra che partiva come favorita. Ci temevano tutti anche se noi non abbiamo sottovalutato nessuno, sapendo che il palcoscenico era più qualificato rispetto ad Antalya. C’era più tensione e riconfermarsi non è stato semplice”.


La tua frazione è stata praticamente perfetta.
“L’obiettivo fino all’ultimo cambio era quello di staccare il più possibile il Portogallo, che in ultima frazione schierava il campione del mondo Nader. Il gruppetto ha giocato un po’ sulla tattica, io ho provato a fare selezione anche a costo di saltare nel finale ma sono riuscito a scavare un gap di 12 secondi con il Portogallo e a distanziare anche le altre Nazioni”.

Come avete festeggiato l’oro?
“Un giretto in centro a Lagoa e poi il bagno a mare, anche se fino alla vita. C’erano troppe onde”.

Come prosegue ora la tua stagione invernale?
“Il primo blocco di lavoro è finito, peccato sia svanito il sogno di partecipare ai mondiali di Tallahassee dal momento che l’Italia ha deciso di non andare. Farò sicuramente qualche indoor, puntando ai 3000 in ottica 5000 per gli europei di Birmingham, che diventano un obiettivo per l’estate. I minimi sono proibitivi e quindi bisogna costruire il ranking. E, chiaramente, gli italiani di corsa campestre”.


Cosa rappresenta per te il cross?
“Lo adoro perché esula dal cronometro, si gareggia uomo contro uomo e bisogna tenere in considerazione tante variabili, come i dislivelli e le curve. Inoltre, abitando nella bergamasca, mi ritrovo spesso ad allenarmi sui percorsi più disparati”.

Tornando un attimo alla pista, cosa manca per sfondare tra i grandi? L’Italia ha bisogno di gente che riprenda in mano il mezzofondo prolungato…
“Il 2026 sarà cruciale, quest’anno sono migliorato di 20 secondi nei 5000 (13’25″71 a Vienna, ndr) al termine di una stagione priva di infortuni e con una buona preparazione. Mi porto dietro un nuovo bagaglio tra palestra, pliometria e più test su lattato e cardio. Ora bisogna mettere a frutto la continuità del lavoro”.

E gli impegni extra-atletica?
“Ho imparato a organizzarmi abbastanza bene. Come medico della Fisi, dall’estate a oggi ho seguito gli azzurri dello ski cross un po’ dappertutto, tra Austria, Canada, Nuova Zelanda, Patagonia e Cina. Ma ho sempre trovato il modo di allenarmi in loco, così come di incastrare le sedute di allenamento tra i turni in ospedale”.

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