Tokyo -2, il via con la marcia: due chiacchiere con Maurizio Damilano, oro nell’edizione del 1991

I primi a lottare per le medaglie saranno i marciatori della 35 km, prova all’ultimo ballo dopo l’ennesima riforma di World Athletics che dal prossimo anno ha previsto l’equiparazione alle distanze di maratona. Sabato, alle 00:30 italiane, quando saranno le 7:30 del mattino a Tokyo (ufficiale lo start anticipato di mezz’ora complici il caldo e l’umidità), saranno sei gli azzurri nella gara inaugurale dei mondiali: Antonella Palmisano, Eleonora Giorgi e Nicole Colombi tra le donne, Matteo Giupponi, Riccardo Orsoni e Teodorico Caporaso in campo maschile. Quest’ultimo ha preso il posto dell’infortunato Massimo Stano, uno dei favoriti per la vittoria finale.

Partendo con la marcia, non potevamo non contattare chi nell’altra edizione dei mondiali disputati nella capitale giapponese, correva l’anno 1991, portò all’Italia l’unica medaglia, per giunta d’oro. Stiamo parlando di Maurizio Damilano, che nella 20 km fu protagonista dell’ultimo grande trionfo di una carriera sensazionale cominciata con l’oro alle Olimpiadi di Mosca 1980 e proseguita con altri due podi a cinque cerchi e un altro oro iridato a Roma 1987.

Quella del 1991 fu l’ultima edizione dei mondiali che si disputò a distanza di quattro anni dalla precedente (appunto, Roma). A seguire, da Stoccarda 1993, la cadenza diventò biennale. Fu anche l’ultima edizione con gli atleti dell’Unione Sovietica. E fu l’edizione del record del mondo di Mike Powell nel lungo: quel salto di 8,95 metri, ancora oggi imbattuto, arrivato al termine di un duello mozzafiato con la leggenda Carl Lewis.

Video Archeosport di Lucio Celletti / YouTube


Maurizio, a Tokyo, ci arrivò da campione in carica. Qual è il primo pensiero che le viene in mente di quel giorno?
“Che la gara si disputò in condizioni regolari, perché il clima fortunatamente fu migliore rispetto a quello della vigilia, caratterizzato fino a piena notte da una pioggia battente per l’arrivo dei monsoni. L’andamento della gara rispecchiò le previsioni. Il principale riferimento era il russo Scennikov e con lui duellai per l’oro”.

Di quel mondiale cosa ricorda?
“Fu un’edizione organizzata con la tipica precisione e il tipico rigore dei giapponesi. Eppure l’inconveniente accadde proprio il giorno della 20 km. Non avevano ben calcolato i tempi d’ingresso nello stadio della nostra gara e quando entrai c’erano ancora in pista i blocchi dei 100 metri. Ricordo una grande agitazione degli addetti ai lavori che in fretta e furia piazzarono i conetti. Bisognava percorrere ancora circa 500 metri, mentre Scennikov era convinto che si dovesse fare soltanto il rettilineo finale di circa 120 metri. Lo avevo staccato poco prima di entrare allo stadio, lui fece una volata per riprendermi e allora gli segnalai che mancava ancora un giro. Cambiai di nuovo ritmo e lo staccai definitivamente. Lui non ne aveva più…”.

Andò a Tokyo sapendo di avere davanti una delle ultime grandi occasioni della carriera…
“Con il mondiale ogni quattro anni, ripetersi era ancora più difficile. Avevo già deciso di chiudere alla fine del ciclo olimpico iniziato dopo Seoul. E così feci, con l’ultima apparizione a Barcellona ’92”.


Vinse quel mondiale a 34 anni, la stessa età di Antonella Palmisano, la più grande speranza azzurra nel tacco e punta per i prossimi giorni considerata l’assenza di Massimo Stano.
“Antonella è sicuramente una delle favorite per le medaglie. Non dico la super favorita, perché negli ultimi anni a dominare la scena è stata Maria Perez. Però la nostra campionessa ha grandi chance di andare sul podio, sia nella 20 km che nella 35 km, dove ha dimostrato tutte le sue potenzialità in Coppa Europa chiudendo seconda a un solo minuto dalla spagnola”.

Si dice che per le donne sia ancora più semplice doppiare 20 e 35 km rispetto agli uomini.
“Entrambe le distanze sono favorevoli ai “ventisti”. Allungare fino a 35 km non basta a mettere in difficoltà gli specialisti della 20. Il calendario poi avvantaggia questa categoria, dal momento che tra la 35 e la 20 c’è una settimana di stacco in cui è possibile recuperare. Se ci fossero stati solo due-tre giorni tra l’una e l’altra prova, magari sarebbe stato diverso. Non credo ci sia però differenza tra uomini e donne. E rispetto al passato tutti i migliori a Tokyo doppieranno, considerato anche che dal prossimo anno questa distanza non sarà più in calendario”.

E’ lecito attendersi sorprese dagli altri azzurri?
“Nella 20 km Francesco Fortunato è uno che viaggerà a ridosso dei migliori, pur non garantendo certezze da medaglia. Sia in campo maschile che femminile gli altri sono tutti in crescita e possono piazzarsi tra i primi otto. Più complicato, senza Stano, aspettarsi qualcosa dalla 35 km, dove il livello dei top è altissimo. Giorgi e Colombi, invece, hanno i numeri per fare buoni risultati”.

Francesco Fortunato al Gran Premio Madrid.


Dei più giovani che garantiscono il continuo ricambio alla specialità c’è qualcuno che la stuzzica in modo particolare?
“Ho visto grandi miglioramenti da Cosi e Picchiottino, ma anche i più giovani si stanno dando da fare, specie nelle categorie under. Però dobbiamo smetterla di parlare sempre della marcia come salvatrice dell’atletica alle grandi rassegne internazionali. Non possiamo ricordarci di questa specialità solo quando c’è la necessità di migliorare il bottino delle medaglie. Andrebbe fatta invece un’analisi profonda di un settore che ha pochi palcoscenici per stimolare la crescita dei giovani, tra calendari compressi e scelte incomprensibili da parte della federazione internazionale. Eppure c’è un background che lavora in silenzio e si fa trovare sempre pronto al momento giusto. Senza un vero sostegno, però, nulla è garantito a vita. Il settore rischia di inaridirsi”.

Come si spiegano i continui cambiamenti imposti dalla federazione alla marcia?
“Credo che prevalga il concetto di intrattenimento a discapito della tradizione. Trovo ciò incomprensibile. Non è cambiando ogni anno le distanze che si risolvono i problemi della marcia, disciplina universale che vanta la maggiore distribuzione di medaglie tra le Nazioni di tutto il mondo e che rimane vicina alla camminata, il gesto sportivo più praticato e dunque il più vicino alla società civile. Ben venga invece l’introduzione del controllo elettronico sulla perdita di contatto dal suolo degli atleti. Una soluzione indispensabile per aumentare la credibilità della disciplina ed equità per gli stessi atleti che vengono giudicati in gara”.

Perché, secondo lei, imporre le distanze di maratona?
“La ratio della scelta mi sfugge. Credo che sia stata fatta perché il pubblico di riferimento sia ormai quello del popolo della maratona e della mezza maratona. Ma così si toglie proprio quell’identità che appartiene solo alla marcia: la 20 km e la 50 km erano lì per sottolineare che la corsa è una cosa diversa”.

Antonella Palmisano a Parigi.


Peraltro le modifiche ai regolamenti hanno disorientato non poco gli atleti nelle ultime stagioni.
“Da un anno all’altro cambiare programmazione è complicato. E poi, in pieno quadriennio olimpico, non puoi cambiare le distanze e dimezzare il numero di gare, senza parlare poi della folle esperienza della staffetta mista di Parigi che chiaramente non verrà mai più riproposta”.

Maurizio Damilano di cosa si occupa oggi?
“Dopo aver chiuso la parentesi nelle commissioni di World Athletics, sono rimasto nell’ambiente in qualità di delegato tecnico. Con mio fratello Giorgio, continuo a promuovere il Fitwalking, disciplina riconosciuta dalla federazione e che non ha finalità agonistiche, ma solo l’obiettivo di coinvolgere le persone per mantenersi in forma e integrare sport e benessere. Le statistiche ci dicono che il cammino riguarda ormai milioni di persone in Italia”.

E l’altro suo fratello Sandro?
“Ha chiuso la sua esperienza di allenatore con la federazione cinese dopo le Olimpiadi di Parigi. Quest’anno è rimasto fermo”.

Maurizio con i fratelli Sandro e Giorgio.


Ha detto più volte che il merito dei suoi successi è in primis imputabile alle metodologie innovative introdotte da Sandro.
“Le sue intuizioni negli allenamenti della marcia sono state la base per il successo che ha avuto per quarant’anni con i suoi allievi. Senza per questo trascurare il rigore tecnico, che non ha mai abbandonato nonostante la modernizzazione della disciplina”.

Invece di Giorgio ha detto che per aiutarla negli allenamenti ha messo da parte le ambizioni personali.
“E’ vero. Lavoravamo insieme e gli allenamenti progettati da Sandro erano tarati sui miei obiettivi stagionali. E’ capitato spesso che quando c’erano degli appuntamenti determinanti per le selezioni in chiave Nazionale magari non avevamo finalizzato la preparazione per quelle gare e in questo senso la carriera di Giorgio ne ha risentito”.

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