Niente sconti per Schwazer (e si sapeva da tempo). Che triste storia di sport!

Nessuno sconto di pena. Alex Schwazer potrà tornare alle competizioni della sua amata marcia soltanto a luglio del 2024. Troppo tardi per coltivare un altro sogno olimpico a sedici anni dallo splendido oro di Pechino 2008, preludio alle vicissitudini per doping – prima vero e poi presunto – che hanno caratterizzato gli altri lunghi anni di una carriera finita in soffitta prestissimo.

Non ci sarebbe, per Alex, il tempo per correre una 20 km e staccare la qualificazione per Parigi. La decisione della Wada suona come uno smacco al campione che in tutti questi anni non si è mai arreso di lottare contro il sistema, continuando ad allenarsi per strada e a proclamare la propria innocenza nei tribunali, dopo la positività al testosterone riscontrata nelle sue urine alla vigilia di Rio 2016.

Schwazer, che di certo non è stato uno stinco di santo ed è caduto nella trappola delle pozioni magiche nel 2012, in preparazione ai Giochi di Londra, è poi finito al centro di un vortice quantomeno controverso.

Il Tribunale di Bolzano lo ha scagionato, parlando di forte probabilità di contaminazione della provetta. Il tribunale mondiale dell’antidoping, che di falle nella sua storia ne ha mostrate eccome, lo ha invece crocifisso già da tempo.


Nonostante aver ricevuto la collaborazione dell’atleta in materia di antidoping, non gli ha abbonato alcunché, anche se il regolamento prevede di far risalire l’inizio della squalifica alla positività e non al risultato delle controanalisi segnato, in questo caso, da infinite lungaggini burocratiche.

E’ la solita lotta tra politica sportiva, che siede comoda nella stanza dei bottoni e si concede sovente il lusso di muovere le marionette del teatro, e chi invece lo sport lo fa, tiene in piedi la baracca, magari inciampa e sbaglia, ma che… guai a ribellarsi e alzare la testa per sfidare il gigante.

Ecco, Schwazer ha sfidato il gigante fin dall’inizio. Dopo la follia dell’anno di Londra, ha assunto come suo allenatore Sandro Donati, paladino della lotta al doping, uno che nel suo libro ha parlato senza peli sulla lingua dei grandi mezzofondisti azzurri degli anni ’80 tirati su con il sangue pompato.

E quando è stato trovato positivo la seconda volta, tra mille perplessità, ha tirato dritto e non ha esitato a difendersi con tutti i mezzi, affidandosi per le ultime pagine della sua storia anche ai media di sicuro appeal: prima una docu serie su Netflix, adesso la partecipazione al Grande Fratello, con tanto di annuncio di sentenza in diretta.


Schwazer le ha provate proprio tutte, finendo nel grande calderone della comunicazione e dello spettacolo, forse in maniera anche un po’ triste per un campione olimpico all’alba dei 39 anni ancor privo del suo giocattolo.

Due mesi di allenamento sul tapis roulant di un reality show non fa altro che evidenziare l’ennesimo estremo di un atleta che non si è rassegnato a un tragico destino sportivo.

Insomma, una brutta storia di sport, da qualsiasi angolazione la si guardi.
Da una parte l’antidoping e chi lo governa, le regole non sempre uguali per tutti, il grido al complotto quando qualcosa non quadra e l’arroganza di chi comanda a sgretolarne la credibilità. Dall’altra, la storia di un fuoriclasse che tra errori, scelte e coincidenze particolari non è riuscito in alcun modo a ritrovare la luce in fondo al tunnel.

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