L’autunno caldo degli atleti che cambiano tecnico: ma cosa scatta nella testa quando si è reduci da una stagione difficile?

E’ iniziato tutto con Marcell Jacobs e la sua travagliatissima stagione che l’ha portato a separarsi da Paolo Camossi e a trasferirsi negli Usa alla corte di Rana Reider.

Poi è toccato all’olimpionica di marcia Antonella Palmisano annunciare il marito Lorenzo Dessi come coach al posto dello storico Patrick Parcesepe.

Quindi Elena Vallortigara, di cui abbiamo raccontato il suo annus horribilis, ha deciso di voltare pagina e affidarsi ad Antonietta Di Martino.

All’estero è finita Roberta Bruni, la primatista italiana dell’asta volata in Spagna per essere guidata da Navas Paez.

Infine, notizia di ieri sera, il cambio di guida tecnica per il primatista italiano di maratona Iliass Aouani, passato da Magnani a Giambrone.



E’ dunque un autunno caldo per diversi atleti di punta dell’atletica azzurra, i quali hanno cambiato allenatore. Ad accomunarli, risultanti non sempre esaltanti e problemi fisici irrisolti, oltre che un certo coraggio in vista di una stagione importantissima che prevede i Giochi Olimpici di Parigi 2024.

Ma cosa accade nella mente di questi atleti top quando le cose non vanno come pianificato?
Lo abbiamo chiesto alla psicologa Flaminia Bolzan, che segue diversi sportivi, anche nel mondo dell’atletica.

“Innanzitutto dipende dall’atteggiamento e dalla personalità del singolo atleta – spiega Flaminia – C’è chi tende a biasimare se stesso e a colpevolizzarsi, oppure a trovare scuse esterne e a deresponsabilizzarsi. I due aspetti però non sono necessariamente alternativi, ma possono coesistere”.

La psicologa Flaminia Bolzan.



Uno dei punti di partenza è sempre il focus sul risultato?
“Bisognerebbe fare più attenzione alla valutazione del percorso fatto nel suo insieme. La performance non è sempre coincidente con il risultato. Abbiamo visto spesso gli atleti fare il personal best senza raggiungere un posizionamento adatto a garantire il passaggio del turno nel grande evento. Magari si arriva quinti in batteria con un grande tempo, ma il livello degli altri è più alto. E ciò non significa che non vali niente”.

Quando si incappa in una stagione da dimenticare, come viene gestito l’atleta dal punto di vista psicologico?
“Prima di tutto si compie un’indagine sui fattori interni che hanno determinato la mancanza di risultati o prestazioni. Spesso si riscontrano sottostima, problemi emotivi o pensieri disfunzionali. Poi si analizzano anche i fattori esterni, come gli infortuni. Ogni atleta è diverso, ma si cerca sempre di potenziare le attitudini mentali e di trovare la zona di funzionamento psicologica ottimale, anche perché c’è chi preferisce essere sotto pressione per rendere meglio e chi invece ha bisogno di calma”.

E poi?
“Una parte importante riguarda l’accettazione del fallimento. I risultati negativi sono parte del processo di crescita di un atleta, che spesso è presente anche quando non si raggiungono i risultati prefissati”.



Di fronte a tutti questi cambi di guida tecnica viene da pensare che, in un momento difficile, si avverta un senso di urgenza legato all’avvicinarsi di un evento come le Olimpiadi.
“I dubbi principali riguardano la programmazione degli allenamenti e la capacità di recupero dagli infortuni. Quando le cose non vanno bene e mancano pochi mesi all’appuntamento più importante, c’è il rischio di pensare che tutto quello che c’è all’esterno – in primis la guida tecnica – non vada bene. In questi casi è fondamentale ancorarsi al presente e fornire all’atleta strumenti e strategie per affrontare con serenità il momento e le scelte che comporta”.

Altro aspetto che accomuna questi atleti sono gli infortuni muscolari dalla quale sembra impossibile poter guarire del tutto. In questi casi si è forse tentati ad addossare la responsabilità ai metodi dell’allenatore o prevale di più il pensiero di non farcela a tornare al 100%?
“Il timore più frequente nella testa dell’atleta di vertice è quello di non riuscire a tornare come prima. Bisogna rinforzare in lui non solo la convinzione di poterlo fare, ma addirittura di essere ancora migliore. Durante un infortunio o una riflessione che quest’ultimo comporta, c’è l’occasione di potenziare aspetti che non riguardano il corpo ma la preparazione mentale e la consapevolezza emotiva”.


In questo autunno, peraltro, si sono interrotti rapporti abbastanza intimi e consolidati. Com’è che all’improvviso si perde la fiducia nel coach di una vita?
“Non necessariamente deve verificarsi una perdita di fiducia. Ma semplicemente l’atleta si rende conto di aver ricevuto tutto il possibile da un allenatore. E sente la necessità di avere un punto di vista diverso. Poi è vero che alcune volte a incrinarsi è proprio il rapporto personale”.

Per tutti gli atleti citati all’inizio di questo articolo c’è poco tempo per instaurare il feeling con i nuovi allenatori. Come abbiamo detto, Parigi è alle porte.
“Non per forza bisogna subito trovare un rapporto di fiducia stretto. Se il campione ha scelto un tecnico, significa che ne ha individuato le caratteristiche giuste e ne riconosce la competenza, l’autorevolezza nel trasmettere i messaggi, la capacità nella programmazione. E’ chiaro che da parte del tecnico, diventa fondamentale la comunicazione, specie avendo a che fare con atleti affermati e di altissimo livello. Per loro è anche una grande responsabilità averli presi in carico nella stagione olimpica. Un conto è supportare per un obiettivo l’atleta che non l’ha mai raggiunto, un altro conto è lavorare con chi ha già vinto e vuole ripetersi”.


Altro tema è la parentela esistente spesso tra coach e atleta: l’ultimo caso quello tra Antonella Palmisano e il marito Lorenzo Dessi. La figura dello psicologo può aiutare nella gestione del doppio rapporto?
“Il lavoro sul campo è ancora più difficile. La figura esperta investiga a fondo il tipo di relazione familiare e cerca di mettere al centro la comunicazione. Abbiamo ad esempio rapporti che funzionano bene, come quelli padre-figlia tra Giuliano e Nadia Battocletti o Gianni e Larissa Iapichino. E’ importante ad esempio capire dove pende la bilancia tra sudditanza o ribellione da parte dei figli. Va ricordato inoltre che il rapporto professionale, l’atleta e i risultati vengono sempre dopo quello affettivo. Un ragazzo o una ragazza che si allena col padre o la madre devono prima sentirsi amati e apprezzati a prescindere dalle performance nello sport”.

Potrebbe interessarti anche...

Gli articoli di questo autore

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *