Atleti e tecnologia. Un binomio diventato imprescindibile ma non sempre così scontato. Nei mesi scorsi, all’indomani dei Mondiali di Tokyo ma anche dopo il record italiano firmato sempre nella capitale giapponese, avevamo parlato – grazie agli interventi di Orlando Pizzolato e del bike pacer Davide Mainini – di quanto Iliass Aouani sia capace di non affidarsi sempre e solo al cronometro (anzi, nella maratona iridata non lo fece proprio partire, correndo al buio) ma di saper ascoltare le sensazioni del proprio corpo per fornire delle prestazioni di altissimo livello.
Anche la primatista europea dei 10 km su strada, Klara Lukan, è una che si allena in modo del tutto particolare. Gli allenamenti della slovena, che nel mese di aprile ha corso la distanza in 29’50” in quel di Laredo (Spagna), prima donna bianca a scendere sotto il muro dei 30 minuti, sono infatti meno informatici e legati al tempo di quanto si possa pensare e contengono una buona dose di imprevedibilità che chiaramente non è adatta a tutti i runner.
A rivelare alcune curiosità legate alla preparazione di Klara Lukan è stato proprio Orlando Pizzolato, profondo conoscitore delle dinamiche fisiologiche di chi corre al top e attuale collaboratore della scuderia di Massimo Magnani.
“Nel periodo trascorso in Kenya ho potuto assistere ai suoi allenamenti – ha scritto in un post sui social Pizzolato – Mi aveva colpito fin da subito una cosa: la prima volta che le ho chiesto quale seduta avesse in programma per il giorno successivo, mi ha risposto che non lo sapeva. Ero convinto avesse un piano strutturato da seguire, invece mi sbagliavo”.
Lukan riceve infatti solo la sera prima il piano di allenamento del giorno dopo. “E quasi mai sapeva quanto sarebbe durata. Le veniva detto, ad esempio, di iniziare con delle prove sui 1000 metri a un certo ritmo e con un determinato recupero, ma non sapeva quante ne avrebbe fatte”.
Metodi che in Italia ricordano quelli di coach Piero Incalza, che allena tra gli altri Pasquale Selvarolo, Daniele Meucci, Alessandro Giacobazzi e la campionessa italiana di maratona Alessia Tuccitto.
“Mi raccontava che questo approccio non era affatto stressante, anzi: l’aveva aiutata a gestire l’incertezza e a non irrigidirsi mentalmente. Negli allenamenti che le ho visto svolgere in Kenya dava un’importanza relativa ai tempi e si basava molto sulle sensazioni sotto sforzo, supportata dal controllo della frequenza cardiaca: non c’era seduta in cui non indossasse il cardio”.

